Serenata a Napoli: una storia da scoprire
Serenata a Napoli: una storia da scoprire – In questi giorni parte il nuovo tour teatrale di Serena Rossi: SereNata a Napoli. Protagonista indiscussa sicuramente è la canzone napoletana, città natale della cantante-attrice che gioca con il suo nome (Serena) aggiungendovi l’ultima sillaba della parola serenata ed evidenziando, con due maiuscole, le due parole che compongono il “neologismo” rossiano: SereNata. La trovata che dà il titolo allo spettacolo forma una parola già esistente e molto conosciuta a Napoli: serenata.
Che cos’è la serenata?
Con questo termine si intende una dedica fatta da un innamorato nei confronti della donna da lui amata attraverso la musica. Per far ciò l’innamorato si avvaleva (e si avvale ancora oggi) dell’aiuto di uno o più musicisti e cantanti incaricati di allietare la finestra dell’amata nella sera pattuita (qualora ciò avvenisse di mattina si parlerebbe di mattinata).
La figura del posteggiatore: il milite ignoto della canzone napoletana
Era il 31 agosto 1896 quando il critico Saverio Procida scriveva: Inizia una sottoscrizione per un monumento al posteggiatore. Tutt’i diecimila canzonettieri onde Napoli va superba aderiranno con la loro offerta. Il monumento sorgerà allo Scoglio di Frisio. Il cantore popolare avrà la bocca aperta, lo sguardo interrogativo, quasi ad esprimere l’incertezza della scelta, e la chitarra fra le mani; quanto alla posa, non sdegnerei, se lo scultore me lo permette, quella di Gioacchino Murat d’Amendola, con più stoffa – mi raccomando! – nelle brache. E sullo zoccolo il motto: La canzone sono io! T’ho dato l’idea. Fecondala», ecc.
In questa lettera, citata dall’enciclopedia della canzone napoletana De Mura, il Procida ammonisce in maniera giocosa Carlo Clausetti, allora direttore della sede di Napoli di Casa Ricordi, perché senza dubbio dimenticherà di citare il maggiore protagonista della canzone napoletana: il posteggiatore. Si figura facilmente nella testa dei napoletani un monumento in stile milite ignoto della canzone napoletana che indubbiamente il posteggiatore meriterebbe per l’importanza che ha ricoperto nella nostra città.
Erede dei menestrelli, trovatori e rapsodi greci, questi uomini hanno rappresentato un elemento di estremo fascino per turisti e napoletani. Non abbiamo troppe notizie intorno all’attività di questi cantori e suonatori nei tempi antichi; tuttavia è interessante riportare un aneddoto che ha fondamenta storiche: nel 1221 l’imperatore Federico II emanò un’ordinanza contro i giullari che, con le loro mattinate, disturbavano il sonno dei napoletani (a conferma della copiosa attività dei posteggiatori).
Non si pensi però che questi musici fossero degli sprovveduti; infatti, sempre il De Mura, riporta che nel 1569 si organizzarono in una sorta di sindacato, un’associazione alla quale spettava l’assistenza alla malattia e la sepoltura oltre che la distribuzione di premi nuziali, difesa del lavoro e decoro della categoria; un regolamento di tutto rispetto soprattutto considerando che siamo nel XVI secolo.
Gavottisti e posteggiatori
Importante è differenziare la figura del posteggiatore da quella del gavottista. Il termine gavottista (con cui si intende chi suona strumenti vari per lo più ad orecchio e che allieta le feste private dietro compenso precedentemente stabilito) deriva dalla gavotta, danza di origine francese di moda nella metà del ’500 che ebbe una grande ripresa verso la metà del secolo XIX al punto da arrivare fino al popolo napoletano. Questo nome rimase fino al 1920 quando fu poi sostituito dal più generico professori.
I posteggiatori invece, differentemente dai gavottisti, erano e sono fondamentalmente girovaghi. Si esibiscono ovunque: per strada, nel ristorante che va per la maggiore in quel momento, sul gozzo o in qualunque altro posto nel quale sia poi dopo possibile raccogliere la chetta, il piattino con le offerte in denaro che il pubblico vorrà concedere.
Per comprendere l’importanza di queste figure basti pensare che nel 1888, per accogliere l’imperatore di Germania Guglielmo II, nel palazzo Reale di Napoli, 100 suonatori (principalmente mandolinisti) e 500 coristi si esibirono nella Mandolinata alla Reggia. La sera dopo in piazza Plebiscito 250 voci, con l’accompagnamento di mandolini e chitarre e insieme ad una serenata composta per l’occasione da Ferdinando Russo e Vincenzo Valente, eseguirono alcune tra le più belle canzoni napoletane (tra cui si ricorda ad esempio Luna nova).
Grande successo riscossero i nostri posteggiatori anche all’estero, soprattutto in Russia dove molti riuscirono ad ottenere laute ricompense per poter guardare al domani con più spensieratezza.
E oggi?
“Una volta – come ebbe a dire Beniamino Gigli, durante una cena in un noto ristorante della periferia – i posteggiatori erano l’anima di Napoli. Ma oggi? Oggi si vedono ancora a Santa Lucia, a Mergellina, a Posillipo, a Marechiaro, coppie d’innamorati e frotte di forestieri sognare dinanzi a quel fascino millenario. Le trattorie son là! E invitano col profumo dei loro «vermicelli a vongole», delle squisite «fritture del golfo», de’ succosi «purpetielle affogati», con la posteggia che suona e canta, canta e suona, con soste brevi, altalenando il cuore di un popolo su motivi allegri o patetici, sentimentali o spigliati. E la musica – trillo di chitarre e di mandolini – e le stesse voci dei napoletanissimi cantanti, sembrano provenire dal mare, al mare collegate da un filo invisibile, un filo ch’è quasi un cordone ombelicale.
Eppure c’è chi, inconsapevolmente, a questo filo attenta, dimenticando che esso è segno di vita e che a reciderlo si piomba nell’anonimato, nella inerzia.”
Così si esprime il De Mura ma oggi Napulitanata nel suo piccolo (forse non tanto piccolo) prova a diffondere la canzone napoletana classica, da sempre amata in tutto il mondo: nel 2025 tutti i giorni noi di Napulitanata (prima ed unica sala da concerto dedicata alla canzone classica napoletana a Napoli) dedichiamo una serenata a Napoli ‘a cchiu bella ‘e tutt’ ’e belle.
Di Antonio Di Criscito
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